Antonio Marras: un Proust alla Triennale di Milano

La ricerca del tempo perduto attraverso le cose ritrovate

Non può che esserci la ricerca di un tempo perduto nel ripercorrere il mucchio di stracci e migliaia di oggetti che racchiude l’opera di Antonio Marras nella Triennale di Milano. Nulla Dies Sine Linea è un modo come un altro per conoscersi e farsi conoscere, un espediente prettamente umano (e artistico) per rallentare e avere sottocchio, in un’unica campata visiva, tutto un mondo artistico interiore, variegato, sovrabbondante, senza esclusioni o compromessi espressivi.

In arte, soprattutto in scrittura, si insegna a lavorare di sottrazione, dopo aver scritto centinaia di pagine. Antonio ha lavorato di aggiunta, di sovrapposizione con un piglio barocco e arrogante, come se le cose più improbabili potessero interessare agli altri. Infatti, interessano. Eccome. Perché se è vero che un’opera artistica funziona se quella tua idea personale può essere vissuta universalmente da altri, le cose che segnano un tempo perduto risuonano nella grotta personale di chi vede la mostra. Ogni oggetto richiama una memoria dell’Artista. Ma ogni cosa richiama una memoria personale, lontana nel tempo, trasversale nella mente. Non è più “un vedere un’esposizione”, diventa una seduta psicanalitica, il ritrovamento di un’infanzia così come ci appare, di una sessualità combattuta e liberatoria, di un’arte vissuta o abbandonata.

Marras come Proust

Antonio Marras è il Proust delle cose ritrovate in un tempo perduto. Perché il tempo si perde, oh sì che si perde, possiamo starne certi. Nella velocità delle nostre vite, tra successi e sconfitte, la memoria perde pezzi, come un’inconsapevole Pollicino. Poi arriva Proust o Antonio Marras o la curatrice di una mostra che ha trovato uno spazio espositivo. “Ah sì, bene? E dove?”, “Niente, così, si tratta di ricoprire 1350mq di spazio.” “Ok. Bene. Ma dove?” “Nulla, alla Triennale di Milano. Prima 13 architetti hanno riempito il posto di case, tu cosa ci metti?” “Mmm. Le case non ce le lasciano?” “Emm, direi proprio di no.” “Bene. Allora ci dobbiamo inventare qualcos’altro.” “Direi di sì.” “Ho già in mente qualcosa!” E lì arriva Pollicino e con la calma e la pazienza di chi vede più degli altri, fa la strada a ritroso a raccogliere molliche di cose e stracci di una vita e, lentamente, quel tempo perduto ritorna nelle cose conservate in cassetti dimenticati, tra libri impolverati di eventi accaduti. Ma la magia non finisce qui, così come per Proust, anche per Marras, quella memoria di cose non è solo un ritrovamento di cose, ma la possibilità di dargli un senso, di ordinarle in un percorso prima per sé e poi per gli altri. E non basta, perché l’attenzione di Antonio è rivolta a far sì che il percorso non sia “la ricerca del tempo perduto nelle cose ritrovate di Antonio”, ma un salto nel vuoto nei ricordi di ognuno di noi.

Ed ecco che, nel percorso, la nostra memoria (parallela alla memoria di Antonio) e il nostro mondo interiore si ordinano e si trasformano per ricrearsi in un senso che sa di epifania. Ripensi a tutti gli oggetti perduti che evocano la storia personale e inizi a ordinare cose, emozioni, sentimenti, dolori, memorie, ricordi, amplessi, delusioni, caparbietà, derisioni, sconfitte, malattie, felicità, oscurità, silenzi, pentimenti, altezze, genitori, caffè, luci e ombre, profumi, alberi, porte, ingiustizie, orologi, pudore…

Da Nulla dies sine linea di Antonio Marras, per la triennale
Una classe di Antonio Marras per l’esposizione della Triennale

Un muro tra arte e moda

Per capire il mondo di memorie personali, crude, nude con pudore, ma senza veli di Antonio Marras bisogna distruggere quel muro tra arte e moda che si eleva quando cerchiamo di comprendere Marras. Per lavoro abbiamo avuto a che fare con le sue opere, che nel mondo pratico e frettoloso del nostro laboratorio sembravano incomprensibili intimità. Appoggiavamo i suoi stracci nel nostro tavolo e intorno tutto il mondo ci passava sopra veloce. Ma succedeva una cosa affascinante: su quelle cose, il tempo si fermava. Le nostre azioni si muovevano intorno all’opera, la prendevamo tra le mani, la sezionavamo, la ruotavamo più volte su macchine da lavoro; e lei stava lì ferma, nel proprio mondo, come se avessimo tra le mani un pezzo di meteorite che aveva visto mondi e tempi che mai avremmo potuto immaginare. Per noi erano cose incomprensibili o al massimo era come avere il cordone ombelicale di un artista, un pezzo d’unghia o una ciocca dei suoi capelli… invece erano pezzi di mondo, puzzle di un’intimità ancora da leggere. E da scrivere. Questo è quello che ha rappresentato un singolo oggetto nel nostro studio, immaginiamo migliaia di questi oggetti in un unico posto, la Triennale di Milano: non assistiamo più a un’esposizione, ma a una ‘esplosizione’, migliaia di pezzi di memoria che divagano dirompenti in ogni dove.

Pezzi di sé (dell’artista e del fruitore) contestualizzati in un percorso personale che ha dell’intimo, se non del sensuale.

Funzione dell’arte o reazione dell’intimità

Qualcuno ha chiesto: e la funzione di tutto ciò? (sempre questo vizio di trovare “funzioni” nell’arte, soprattutto quando si parla di Triennale). Più che di Funzione, nell’arte, parlerei di “reazione dell’intimità”. La “reazione dell’intimità” è una mano che ci obbliga ad aprire cassetti, scovare cianfrusaglie, raccogliere fogli dimenticati, parti di noi che avremmo voluto-dovuto gettare. Scoviamo, recuperiamo, riapriamo, riprendiamo, riviviamo. Tutto per ricostruire o per costruire di nuovo.
Mio padre conservava tutto. Ed è sempre stata una cosa insopportabile per me, persona pratica che ama vivere nella “carne” delle cose.

Forse ora, osservando le “nudità” di Antonio Marras, capisco qualcosa in più di mio padre. Ecco la funzione o “reazione dell’intimità”: ricostruire significati personali dalle emanazioni creative di un artista.

E’ innegabile, Antonio Marras è il Proust delle cose ritrovate in un tempo perduto. Nulla Dies Sine Linea raccoglie le parti di cui è composto il tempo, computando gli elementi che lo compongono. Un diorama personalissimo, ma allo stesso universale, nel quale sono conservate le cose che abbiamo avuto il pudore e la delicatezza di accumulare nel tempo e cercare in queste il giusto valore.

Il catalogo della mostra Nulla dies sine linea non poteva che essere un eccentrico contenitore che ha tutta l’aria di essere vivo. Segui il link per averne una copia.

Inoltre sono disponibili delle T-shirt e delle sacche che raccontano alcune delle opere della Mostra.

di Claudio Calisai

Antonio Marras nel suo studio