Dialoghi senza interlocutore

Quel giorno fu il Capotribù ad aprire le danze della narrazione.

Lui diceva che quel racconto era più un esercizio che una storia vera e propria, ma quelli della Tribù Narrante sapevano che dietro ogni esercizio di scrittura si lascia sempre un pezzo della narrazione interiore! “Il bello è non darlo a vedere”, diceva il Capotribù, “quando racconti di te dai sempre l’idea di raccontare qualcosa di tutti”.
Ed è con questo mantra che ascoltarono quel racconto o esercizio di scrittura che fosse!

Fu uno dei piccoli del villaggio a chiedergli qual era l’esercizio. Il Capotribù, come suo solito, rispose solo il giorno dopo, ma nessuno prendeva la cosa come una scortesia!
“Serve per imparare a gestire un dialogo senza interlocutore!”
“Ma a che serve un dialogo senza interlocutore. E che dialogo è?”
“Allora serve per imparare a gestire un monologo con un interlocutore!”
“…”
“In un caso o nell’altro, se ti alleni a scrivere un dialogo senza interlocutore, quando dovrai scrivere un dialogo a due lo farai da dio!”
Poi il Capotribù andò via, senza aggiungere altro.

Ora prova tu! Leggi il testo sotto riportato e costruisci un dialogo scrivendo solo il discorso di uno degli interlocutori. Fai in modo che il lettore capisca la tua storia! Inviaci la tua esercitazione per avere qualche consiglio e per essere pubblicata.
Per una piccola introduzione sul dialogo segui il link “Piccola introduzione: due chiacchiere sul dialogo!”
L’esercitazione è a tema libero, ma se proprio non ti trovi con questo genere di libertà ecco una traccia che puoi seguire:
 La professoressa di lettere sta spiegando la tua poesia preferita. Ad un tratto entra in classe la segretaria della scuola con un cellulare in mano e dice che c’è una telefonata per una studentessa. Quella studentessa sei proprio tu! Davanti a tutti condurrai una conversazione telefonica e tutti dovranno capire chi è l’interlocutore e cosa ha da dirti di tanto importante la persona dall’altra parte. Ma soprattutto, da questa telefonata, i tuoi compagni scopriranno qualcosa di nuovo su di te.

Monologo di un uomo prima di tornare a casa

di Claudio Calisai

Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE (G. Leopardi)

 

Locale fumoso, jazz di cattivo gusto e strascicato cantato da una grassona di colore ubriaca che spesso dimentica le parole. Per fortuna è jazz. Un uomo impaziente attende il suo ospite. Quando lo vede arrivare si alza generosamente e con modi troppo grossolani e impulsivi – qualcuno avrebbe detto aggressivi – gli si avvicina diffidente e gli cinge la mano con due mani e la agita nervosamente.

 

Salve signor 2014, si accomodi. Prego, qui, le ho riservato un posto. Non faccia quella faccia, solo due parole.

Cameriere, può portarne altri due?

Senza, senza non sia mai!

Come non beve? Assolutamente non lo accetto, oggi è mio ospite e non vorrà essere scortese.

Eccoci qua.

Scusi se l’ho fatta venire proprio in questo periodo, so che è in partenza… certo certo, non si preoccupi, non ci metto molto è che sa… avevo voglia di conoscerla e… proprio lei…

ah, ecco sono arrivati!

Beva, beva un sorso.

Com’è?

Bene, mi fa piacere!

Eccoci! Ehm, scusi sono emozionato ad averla davanti, fino a qualche anno fa non avrei pensato di avere la necessità di parlarle… certo, immaginavo che prima o poi avrei dovuto fare i conti con uno di voi, ma proprio quest’anno, insomma, andava tutto bene, il lavoro, la famiglia, gli affari… e poi il fattaccio, proprio sul finire…

No, non ci faccia caso, è solo il fumo di questo locale, ora mi passa! Ah, grazie, gentile, poi lo lavo e glielo rendo.

Le piace il fumo nei locali? Io, invece, un’opinione sulla cosa me la sono fatta: nei locali tradizionali non si fuma più e tutto è diventato paurosamente “limpido”, vedi in faccia le persone e tutti ti vedono. Vengo spesso qui e, lei è piuttosto giovane e di passaggio, non può ricordare; ma prima, nei locali, si fumava e quando entravi in un pub era come una fessura nel tempo, come entrare in un sonno: tutto era confuso, i volti indistinti, sentivi una sorta di ubriachezza… scusi, ogni tanto mi lascio prendere dal verbo…

Ha un appuntamento? No perché vedo che guarda l’orologio… nel suo ci sono anche i minuti? Hahaha scherzo. Una domanda prima di iniziare: sa come sarà quello che viene? Ah, scusi, no non voglio i particolari, così alla larga, basta un bello-brutto? Certo, dipende… facile.

 

La voce della grassa jazzista s’interrompe bruscamente con un rantolo, qualcuno si avvicina con un secchio appena in tempo, prima che si metta a vomitare sul pavimento. Gli strumenti continuano a suonare, da bravi strumenti jazz. La grassona viene accompagnata a fatica giù dal palco da due giovani troppo magri. Per un po’ gli strumenti continuano, e il locale è un bisbiglio di chiacchiere e bicchieri in un banco di nebbia morbido e ovattato.

 

Capisco dove vuole arrivare. Sa, fino a poco tempo fa, prima del fattaccio, anche io la pensavo così su voialtri. Ho sempre odiato chi diceva “quest’anno è stato una merda!”…

No scusi, non dicevo proprio a lei, era per dire, per citare… No, mi scusi, non è che mi fa il permaloso, ne ha combinate delle belle, anche lei potrebbe essere un attimo comprensivo se qualcuno usa delle parole su voialtri!

Non le piace quando uso voialtri? Certo che non siete tutti uguali… mi scusi, mi faccia finire un attimo.

Se lo guarda di nuovo, le sequestro l’orologio…

Che poi, se non ha i minuti, cosa lo guarda a fare così spesso?

Dicevo, ho sempre odiato chi diceva “quest’anno è stato una merda!”, l’ho sempre reputata una frase stupida e non l’ho mai trovata “sportiva”. Voi avete la fortuna di ergervi sopra tutti, quello che per uno è un anno di merda, per altri è stato fantastico! Quindi diventa una vera e propria questione di logica, la vostra salvezza: non siete cattive persone, signor 2014, perché siete sopra le parti, distribuite merda o diamanti indistintamente.

 

Beve un sorso. Subito qualcosa cambia nel suo sguardo, come quando pensi di aver visto qualcuno che conosci tra la folla, ma non sei tanto sicuro dove l’hai incontrato. Nel frattempo una bellissima donna con tacchi alti, cerca di salire sul palco. Come un’equilibrista, con faccia impassibile, si avvicina al microfono. Lo deve alzare un po’. Chiude gli occhi, quasi per cercare dentro di se’ una tonalità nascosta da qualche parte intorno a lei. Gli strumenti rallentano per aiutare la ricerca. Il basso diventa più lento, ma più aggressivo e la batteria uno sferragliare strascicato. Poi la voce attacca. L’ospite si mescola nel fumo. Il suo bicchiere è lì davanti: se ci fosse stato del ghiaccio si sarebbe sciolto. Una patina di fumo si è depositata sulla superficie del contenuto.

L’altro chiama il cameriere e si fa servire un altro bicchiere. Ripensa all’ultima cosa che ha detto, poi guarda il 2014. Non vorrebbe essere scortese, almeno non ancora, ma inizia a guardarlo. Quasi attraverso. Quasi uno sguardo d’altromondo.

 

È vero, non siete cattive persone. Ma mi chiedevo: con che cazzo di criterio distribuite merda e diamanti, voialtri?

 

Di solito non dice parolacce, ma quando lo fa gli escono con una calma disarmante. Dice una parolaccia, con lo stesso tono di un “andiamo a pranzare fuori” e tu non capisci subito che ha detto una parolaccia.

 

Vi mettete d’accordo? “Senti, facciamo così, a quello con la faccia da triglia gli facciamo passare un anno di merda, a quella più grassoccia le facciamo trovare l’amore della sua vita, no, facciamo l’anno prossimo, per quest’anno le facciamo perdere il lavoro. Fate un incontro preliminare?

No, mi scusi, adesso me lo dà! No, non scherzo, l’avevo avvisata, ora me lo dà e subito. Certo che è una questione di principio. Sto parlando e lei continua a guardarlo.

Ecco, così, poi glielo restituisco.

Ma che diamine, non ce li ha veramente i minuti! E neanche le ore! Lo tengo in tasca, va bene? E’ qui, non faccia l’offeso.

 

Va bene, ho capito arrivo al punto. Volevo andare a braccio, ma non sono bravo in queste cose, quindi ho scritto tutto.

Allora, dovrebbe essere qui… no aspetti, l’ho conservato… eppure l’avevo preso!

Ah, ecco. Quindi, leggo.

L’ho vista che ha fatto gli occhi in gloria e non è carino. Siamo sempre stati pazienti con voialtri, adesso lei lo sia con me. Dunque:

“Salve, signor 2014, come sta…”, vabbe’, questo possiamo saltarlo, “…mi presento sono…”, vedo che ha fretta, arrivo subito al dunque, vediamo: “…Ma chi ti credi essere…” forse sono andato un po’ troppo avanti, meglio da qui, così ci capiamo…

Con questo fumo non si vede un tubo. Certo, ha ragione, è che è venuto in ritardo è mi sono portato avanti con qualche bicchierino, anche quello può aver contribuito!

Ecco, qui, “…sei solo un anno. Una briciola di tempo. Un granello in un infinito lontano. Puoi essere stato nefasto per me, a causa del fattaccio, ma forse non ti rendi conto che sei meno di questo fumo che non ci fa vedere indistintamente. Guardati da lontano e capirai che la tua inesistenza è strettamente legata alla logica: per il nostro mondo sei qualcuno, ti diverti con noi perché siamo piccoli e succubi del tuo passare, ma là fuori, nello spazio, cosa sei? Non sei uno scorrere, non sei un mutare, non sei un evolvere. Là fuori non puoi distribuire la tua merda e neanche i tuoi diamanti. Quindi cosa sei? Vai più lontano, dove tutto va così veloce che sembra fermo, dove ci sono stelle, universi così grandi, che non ci capiamo un tubo di nulla. E tu cosa sei? Io in mezzo a tutto questo sarò piccolo e insignificante, ma almeno sono qualcosa nella mia piccolezza. Tu, invece, non esisti. Cos’è il tuo passare? Cos’è tutta questa merda e diamanti che pensi di prodigare. Ma tu chi ti credi di essere?”

Ecco, aspetta, ho altre due cose sul fattaccio: “Eppure, nella tua inesistenza, proprio tu, 2014, hai deciso di portarmelo via. Sia chiaro non ce l’ho con il tempo che passa, sono risentito proprio con te, che con la tua insignificanza sei riuscito a farmi tanto male.

Ma poi penso un attimo, mi fermo, e ritorno al discorso delle relatività. Quest’anno sei stato bello stronzo, lo ammetto, mi hai portato via mio padre, ma cacchio, un altro prima di te lo ha fatto nascere, un anno prima di te gli ha cambiato la vita positivamente, altri ancora mi hanno fatto conoscere mia moglie, altri ancora hanno fatto nascere i miei figli… ritorniamo al concetto di relatività e merda e diamanti distribuiti a minchia.”

 

Piega il foglietto in quattro, lo rimette in tasca. Prende il fazzoletto e si asciuga gli occhi. Guarda il suo ospite dritto negli occhi, ma questi sono vuoti e inespressivi.

 

A tirare le somme di quest’anno non se ne cava piede. Non cerco i tuoi diamanti, non cerco la tua merda. Non posso chiederti di lasciarci in pace. A te non devo nulla, sei solo un anno, un unico anno di merda, in mezzo a molti anni di diamanti: sono un imprenditore e posso dire che ci può stare, il bilancio è sempre positivo. Gli altri prima di te mi hanno dato la presenza della persona che mi hai portato via, e quindi molto più di quello che mi hai tolto tu. Tu, è vero, sei stato definitivo. Ma sei niente. E nella tua insignificanza sei riuscito a dare un senso a tutto quello che è venuto prima.

Tu non esisti, il tempo non esiste fuori da me, esisto solo io e il mio scorrere, in mezzo a tanta merda e a tanti diamanti.

Questo non lo bevi, vero?

 

L’uomo si alza per bere il suo ultimo bicchiere, in mezzo a un fumo materno. Il cameriere si avvicina e gli chiede se va tutto bene, “perché non dovrebbe?”, e se l’ospite che sta aspettando, sarebbe mai arrivato.

L’uomo lo guarda di sbieco e sorride storto: “No, non verrà, troppo codardo e troppo impegnato a decidere con gli altri sul da farsi”. Il cameriere non capisce e osserva l’uomo bere in un sorso il contenuto del bicchiere. Barcolla un po’ e si dirige verso la porta.

 

Mentre esce nella brezza limpida della notte, toglie l’orologio dalla tasca. Lo guarda bene. Non ha i minuti. Non ha le ore. Non ha i giorni. Nessun numero. Solo lancette. Non si potrebbe neanche chiamare orologio: è un semplice strumento che evidenzia un passare, uno scorrere inesorabile, senza indicazioni numeriche.

Si portò l’orologio all’orecchio, si strinse nel cappotto e camminò barcollante verso casa.