Piccola introduzione: due chiacchere sul dialogo!

300 è un film del 2007 diretto da Zack Snyder con il supporto di Frank Milleradattamento cinematografico del graphic novel 300

Le parole ci qualificano. Ma sono le nostre azioni a confermare e a rendere credibile tutto quello che diciamo. Se le nostre parole non si allineano alle azioni, non siamo credibili.

In tutte le narrazioni (nei film, nei fumetti o nei videogiochi, per citarne alcune) i dialoghi seguono lo stesso principio appena enunciato: le parole dei personaggi devono essere credibili e il dialogo deve legarsi al mondo narrativo che ruota intorno ai dialoganti. Non c’è cosa peggiore che leggere un racconto o guardare un film che reciti dei dialoghi poco credibili e stonati.

Ma come si scrivere un dialogo che porti il lettore a credere di assistere a un battibecco proprio davanti ai suoi occhi?

Il dialogo deve essere credibile, ma non deve essere realistico o identico a quello che possiamo assistere in fila alle poste tra la cassiera e l’utente impaziente. Il motivo è presto detto: i dialoghi reali hanno componenti che la scrittura non può ottenere fedelmente, ma solo imitare, scimmiottare. Nella realtà abbiamo gli intercalari che nella pagina scritta sarebbero pesanti da seguire; un dialogo reale è fatto di gestualità, di sguardi, di linguaggi del corpo che supportano una discussione. Nella scrittura, tutto questo è da ricreare verosimilmente.

Il dialogo si compone di due ingredienti!

Nel mondo della verosimiglianza, quindi della narrazione, il dialogo deve prestare attenzione a due componenti: le parole dei personaggi che dialogano (cosa dicono, come lo dicono, ecc.) e il mondo narrativo che gli ruota intorno, cioè il dialogo e le azioni. E questi due elementi devono fondersi nella scrittura per dare una tridimensionalità che crea la verosimiglianza e fa vivere la narrazione come se fosse vera.

Dialogo e testosterone!

Il filmato che è stato proposto in apertura mi ha sempre colpito. L’immagine del re Leonida, così carica di testosterone, era già abbastanza eloquente. Ma lo è diventata ancora di più quando, pronunciando le dirompenti parole “Questa è Sparta!”, tutto quel testosterone che si era caricato lentamente mentre si evolveva il dialogo, è esploso in quel calcio catartico che scaraventa il messaggero Persiano in un pozzo profondo, innescando una serie di conseguenze che si evolvono nella narrazione e gli danno l’abbrivio! La narrazione, e quindi anche il dialogo, lavora in questa maniera: accumula testosterone e quando arriva all’apice e lettore e personaggio sono pronti, tutto esplode. Una narrazione ben riuscita ha preparato la scena costruendo questo stato di tensione emotiva per poi esplodere in un’emozione appagante. Ma andiamo con ordine, perché questa scena mi ha attratto così tanto, soprattutto dal punto di vista dei dialoghi?

Il dialogo come campo di battaglia

Una scena dialogica è un campo di battaglia o un ring o una scacchiera, fate un po’ voi. I due contendenti fanno delle mosse e ben presto, il botta e risposta, diventa una vera e propria lotta di colpi e parate, di schivate e trappole linguistiche.

Nel dialogo del 300, il Messaggero Persiano, inizia sornione con un attacco non violento, presentandosi al cospetto di Re Leonida; il re Spartano, sembra in posizione di cauta difesa. La vera guerra tra i Spartani (o dei soli 300 ipertrofici combattenti!) e i Persiani nasce proprio dalle parole del messaggero Persiano:

“Terra e acqua […] Serse chiede solo terra e acqua, un semplice segno di sottomissione”.

Questa richiesta di terra e acqua non è solo la miccia che fa scattare il non troppo paziente Leonida, ma è anche la miccia narrativa che domina tutta la scena. E il Re Leonida aveva avvisato fin da subito dell’importanza delle parole:

“Prima che tu parli, Persiano, sappi che a Sparta ogni uomo, finanche il messaggero di un re, risponde personalmente delle parole che pronuncia”!

Le parole dette in questo dialogo si legano al mondo narrativo che vi ruota attorno. In tutta risposta, Leonida, in un momento di inconsueta meditazione, alla richiesta di terra e acqua si guarda intorno: la scena è dominata da una vallata di terra e acqua. Sulla sinistra splende un sole alto, anche se leggermente coperto da nuvole; sulla destra delle montagne sono minacciose o protettive. Guarda la sua gente, dei bambini, una donna con figlia e sua moglie. E una voce nella sua testa gli dice “Terra e acqua”.

C’è una bilancia narrativa in questa scena tra parole e mondo narrativo e Leonida non la nasconde: le parole “Acqua e Terra” da una parte, le immagini “di Terra e Acqua dall’altra”. Terra e acqua continuano ad essere presenti in tutto l’impianto concettuale nascosto nel film, che è appunto un film di guerra: Terra da difendere, terra da conquistare, acqua vitale, vite da preservare, lottare per la terra e per la vita, ecc. Le due parole che sono state toccate nel dialogo sono le parole chiave del film.

Il legame tra parole e mondo continuano quando Leonida fa esplodere quella miccia narrativa che ha preparato fin dall’inizio, quando con un calcio getta il messaggero nel pozzo: “Terra è acqua: ne troverai in abbondanza laggiù”.

da una scena di 300
“Terra è acqua: ne troverai in abbondanza laggiù”

Il dialogo come un triangolo

Avete visto un triangolo nella scena di un film o nel dialogo di un libro? Siete sicuri? Ora provo a mostrarvelo!

Ogni scena dialogica parte da un argomento generale che prende vita da una parola o concetto chiave che sarà sviluppato sia nel dialogo tra i due interlocutori, sia nella scena circostante. Come in un triangolo rovesciato, la scena parte da un’argomentazione generale che rappresenterà la base del triangolo e si chiuderà al vertice alla fine della scena. La parola chiave adoperata all’inizio sarà la chiusa del dialogo, come lo è stato “Terra e acqua” per il film 300. Le stesse parole che ho ascoltato all’inizio della scena, quando questa si sta concludendo e mi verranno riproposte, avranno un significato più ampio. Ecco la funzione di questo triangolo rovesciato.

La prossima volta che guardate un film o leggete la scena di un libro, vedrete che, se è fatta bene, ha questo sviluppo a triangolo rovesciato.

Quando capisco che una scena va raccontata con un dialogo?

Uno scrittore racconta la sua storia per mezzo di un racconto sommario o una scena. Nel sommario gli eventi vengono raccontati e riassunti. Le scene non raccontano, ma “mostrano” la scena in presa diretta, così come accade. Il dialogo lo troviamo nelle scene di quest’ultimo tipo ed ecco perché, a volte, è molto più godibile e rapido di una descrizione o di un racconto sommario.

Ma quando capisco che una scena va raccontata con un dialogo? Il fatto che il dialogo attira l’attenzione su di sé ci porta a sceglierlo per quei momenti della narrazione più significativi, come per esempio un momento di sviluppo del personaggio o della trama. “Se un momento è davvero importante, il lettore vuole essere in prima fila” (pp. 85 – Lezioni di scrittura creativa, Gotham Writhers Workshop, Dino Audino).

Elementi fondamentali per scrivere un buon dialogo

Questa premessa sul Dialogo vuole focalizzare l’attenzione su alcuni elementi fondamentali che rendono una scena dialogica efficace:

  • per scrivere un dialogo credibile (non reale), lo scambio tra gli interlocutori deve essere supportato dal tessuto narrativo che costruiamo intorno alla scena. Ovvero, il dialogo tra i personaggi deve trovare un contrasto o un’assonanza con quello che succede nella scena. Questo darà profondità e tridimensionalità alla nostra scena che ci restituirà un effetto di verosimiglianza godibile.
  • Un dialogo partirà da una parola o concetto chiave pronunciato da uno dei due interlocutori per radicarsi nel mondo narrativo circostante. Ma questo varrà per ogni tipo di scena che decidiamo di scrivere (descrittiva, argomentativa, narrativa, ecc,)
  • Il dialogo “mostra” una scena, a differenza di una descrizione che la racconta. Nel dialogo, infatti, la narrazione è a presa diretta, quindi più veloce.
  • Il dialogo può essere messo in scena, per esempio, in un momento di confronto tra due personaggi. Infatti, questo confronto, darà al lettore molte informazioni riguardo la psicologia dei personaggi in campo e, inoltre, potrà essere un punto nodale per lo sviluppo della trama.

Ultima cosa: seguirei il consiglio di Leonida, perché non mi sembra una persona molto paziente,

“Prima che tu parli, persiano, sappi che a Sparta ogni uomo, finanche il messaggero di un re, risponde personalmente delle parole che pronuncia”!

Vuol dire che ogni cosa che scrivi, ogni parola che metti in bocca ai tuoi personaggi devono avere delle conseguenze per quella scena in particolare e per tutta la storia in generale.

Per concludere

Scrivere i dialoghi è un’arte. Non c’è una regola che ci dice quando usare i dialoghi e quando una parte raccontata. Fino ad ora, infatti, abbiamo parlato di “Esperienze”, di tecniche usate da altri narratori, ma non di regole. Ci sono libri senza neanche un dialogo, altri pieni zeppi di scene dialogiche. Uno non è meglio dell’altro, ma dosare in maniera sapiente uno o l’altro è un’arte. Vero è che un dialogo catalizzerà molto l’attenzione, sicuramente più di una descrizione. Ma anche questa non è una regola!

Ma soprattutto, ricordatevi che non è una sceneggiatura, il dialogo deve essere inserito all’interno di un mondo narrativo. Fate interagire il dialogo tra due o più persone con delle cose che succedono intorno a loro. E fate in modo che l’interazione crei un effetto gradevole e potenziante per il dialogo. Ovviamente neanche questa è una regola, infatti vi consiglio di leggere questo riuscitissimo dialogo -> Segui Link pur non essendoci esplicitamente un mondo narrativo intorno.

Tanto altro c’è da dire! Ben presto analizzeremo alcune tecniche narrative sul Dialogo e impareremo a individuarne gli elementi distintivi.

Nel frattempo, se vuoi esercitarti, puoi seguire alcune esercitazioni di altri scrittori e fare l’esercizio dato dal Capotribù… Puoi inviarlo a info@trubunarrante.it, così, appena il CapoTribù finisce di fumare nella tenda, lo leggerà molto volentieri.